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Andrea Todaro, il consulente finanziario che parte dal bilancio delle aziende
A Istruzioni per l’uso Andrea Todaro racconta una parte del suo lavoro di cui nelle puntate precedenti si era parlato poco: la consulenza alle aziende. Liquidità in eccesso, TFR dei dipendenti, tesoreria. E perché tutto comincia dalla lettura di un bilancio.
Andrea Todaro è il consulente finanziario di Istruzioni per l’uso, il podcast IMLAND condotto da Alberto Colpo. Nelle puntate precedenti aveva parlato soprattutto ai privati: risparmi, pensione, investimenti. Questa volta la conversazione si sposta su un tema che, come ricorda Alberto, è «una grossa fetta» del suo lavoro: le aziende.
Perché un’azienda dovrebbe rivolgersi a un consulente, se lavora già con le banche, anzi di solito con più di una? Per Andrea la risposta è semplice: «perché no». Le realtà con cui lavora sono aziende mediamente strutturate, che guardano al futuro, hanno dipendenti e rapporti con gli istituti di credito. Con quelle troppo piccole, ammette, si fa più fatica.
Studiare un pochino la sua azienda ti apre delle porte che sono veramente dei portoni.
— Andrea Todaro
Cosa segue un consulente per un’azienda
Gli ambiti sono diversi. C’è il capitale accumulato nel tempo, c’è la liquidità: un’azienda tende ad averne una buona parte e spesso non tutta serve a mandare avanti il lavoro di ogni giorno. Allora, si chiede Andrea, perché non fare in modo che venga remunerata?
Poi c’è il TFR dei dipendenti. Nel bilancio è un debito a medio-lungo termine, che le banche non guardano di buon occhio, e va rivalutato nel tempo, perché il costo della vita aumenta. Le leggi uscite hanno anche ampliato il numero di aziende che dovranno versarlo in un fondo pensione, in una forma di previdenza o all’INPS. Accanto al TFR ci sono il TFM, il trattamento di fine mandato dell’amministratore, e le polizze che proteggono l’azienda se viene a mancare la sua figura principale.
Le soluzioni di investimento, precisa (e corregge Alberto, che le aveva chiamate «prodotti»), sono in buona parte le stesse dei privati. Cambia la prudenza: un’azienda può avere bisogno della sua tesoreria a breve termine, mentre un privato che non userà i risparmi per cinque o dieci anni può ragionare su tempi più lunghi.
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Tutto comincia dal bilancio
Il metodo di Andrea parte dai numeri pubblici. Dalle SRL in su bilancio, conto economico e stato patrimoniale sono depositati: anche se sono di un anno o due prima, dicono già molto. Quanta liquidità c’è, quanti oneri finanziari si pagano alle banche, quali affidamenti ci sono, qual è la posizione finanziaria netta. Da lì si capisce se un consulente può essere utile.
Non tutti i consulenti si occupano di aziende, spiega, perché serve una formazione specifica. La sua viene dalla banca, dove è stato vicedirettore e direttore di filiale, e prima ancora dagli studi universitari. Ed è un lato del lavoro che trova molto stimolante: presentarsi dall’imprenditore con un’analisi e un’idea a cui magari nessuno aveva pensato, e confrontarsi con responsabili finanziari di SRL e SPA su temi più tecnici di quelli che si affrontano con un privato.
Anche il passaggio tra privato e azienda funziona in entrambe le direzioni. A volte è più facile sedersi davanti all’azienda, abituata a parlare con le banche; se invece l’imprenditore è già un suo cliente, il passo verso l’azienda è breve. In fondo, come ricorda Alberto chiudendo la puntata, l’imprenditore è anche un privato, è una persona.
Un caffè per cominciare
Alla fine della puntata Andrea lancia un invito che, dice, non aveva mai fatto: agli imprenditori che vogliono fare una chiacchierata, una semplice analisi o anche solo bere un caffè, offre il suo tempo «molto volentieri», perché guardare quel tipo di documenti e di dati per lui è molto stimolante. I contatti sono nella sua scheda della rete Member, qui accanto.
Dalla banca alla consulenza
Le quattro puntate precedenti sono dell’inizio del 2025, e la prima è anche la prima in assoluto di Istruzioni per l’uso. Andrea, allora 35 anni, racconta di aver lavorato per circa dieci anni in banca, in tre banche diverse, e di aver poi scelto la consulenza perché voleva crescere in modo diverso e seguire i clienti in modo più completo. Lavora per una rete che ha una banca alle spalle: per questo un cliente può affiancarlo alla sua banca oppure tenere solo lui come riferimento.
Il cliente tipo non esiste, spiega: non è solo la persona anziana con un grosso patrimonio. Proprio sui giovani della generazione Z, racconta, è stato intervistato da Wall Street Italia, e con loro parte spesso, anche per vicinanza di età, per arrivare poi alle famiglie. Lo zoccolo duro dei suoi clienti viene dagli anni in banca, molti in pensione, e in quelle famiglie cerca di coinvolgere anche i figli, che un giorno erediteranno i risparmi.
La parte più difficile del mestiere, ammette, è far sedere le persone davanti a sé e farsi ascoltare. Molti arrivano su consiglio di altri clienti, altri perché in banca si sono trovati male o perché la filiale del paese ha chiuso. E poi c’è la fiducia: nessuno ha la sfera di cristallo, se il mercato va male va male per tutti, e allora conta essere vicini e spiegare. Andrea risponde al telefono anche alle sette, alle otto o alle nove di sera, quando la banca è chiusa da ore, perché vive questo lavoro con passione.
Il passaggio generazionale
Nella seconda puntata si parla di un tema poco simpatico ma presente in molte famiglie: cosa succede ai risparmi quando una persona viene a mancare. Andrea preferisce parlare di passaggio. Gli italiani, ricorda, sono tra i popoli che risparmiano di più al mondo, ma molti di questi risparmi sono in mano a persone anziane. E secondo il dato che cita, 8 italiani su 10 non fanno testamento: così decide la legge, mentre in vita si può scegliere come destinare la parte del patrimonio che non va per forza agli eredi diretti.
L’Italia, spiega, da questo punto di vista è fortunata: le imposte di successione vanno dal 4 all’8%, con franchigie alte, mentre in Francia si arriva al 40% e in Germania fino al 50%. Ma senza pianificazione si rischiano tasse in più, un patrimonio diviso tra molti eredi e tempi lunghi, anche un anno o un anno e mezzo. E per le aziende c’è il problema della continuità.
Per questo Andrea consiglia di pianificare in vita, in modo del tutto legale, e su successioni e testamenti si fa sempre affiancare da un notaio. Gli strumenti sono diversi: alcune polizze vita, i fondi pensione, il testamento, anche scritto a mano, i titoli di Stato, che sono esenti dall’imposta di successione, e la donazione. Alcuni di questi, aggiunge, nel frattempo danno anche un rendimento.
Il portafoglio perfetto
Esiste il portafoglio perfetto? Secondo Andrea no, o meglio: ne esiste uno per ognuno, costruito sulle sue esigenze, sul rischio che può prendersi e sui tempi, e che cambia con il mondo fuori. Per costruirlo bisogna prima conoscere la persona. Gli hanno insegnato che nelle prime visite non si dovrebbe mai parlare di prodotti, ma capire chi si ha davanti, ed è la cosa più difficile: per questo fa un sacco di domande, a volte anche personali.
Le domande servono a capire tre cose: quanto si vuole investire, tra quanto tempo serviranno i soldi e quanto rischio si vuole correre. Mettere da parte per la casa, per l’università dei figli o per la barca, per uno, cinque o vent’anni, fa una differenza enorme. Con i clienti di lunga data, racconta, la visita è per il 90% una chiacchierata su altro, perché ormai conosce le loro esigenze.
Per spiegarsi usa due immagini. I cassetti: un investimento messo in un cassetto per dieci anni deve restarci dieci anni, anche se nel frattempo il mercato scende o sale. E la piramide dei bisogni: alla base i soldi del «non si sa mai», per le emergenze, che non possono avere un rischio alto; sopra gli obiettivi più lontani, come la casa, gli studi dei figli o un’entrata in più per la pensione; in cima la parte che si è disposti a rischiare per guadagnare di più.
La pensione e il fondo pensione
Nella quarta puntata si parla di pensione, partendo da una vignetta: il nonno dice al nipote «alla tua età lavoravo già», e il nipote risponde «alla tua età lavorerò ancora». Secondo Andrea in Italia il numero dei pensionati ha ormai raggiunto quello di chi lavora, e l’età per andare in pensione continua a salire.
Il fondo pensione, spiega, serve a tre cose. La prima è integrare la pensione: secondo i dati che cita, nel 2010 un lavoratore autonomo prendeva di pensione circa il 72% di quello che guadagnava lavorando, e si stima che nel 2050 sarà intorno al 48%. Versando ogni anno fino a 5.164 euro, le vecchie dieci milioni di lire, che si possono dedurre dalle tasse, secondo Andrea si colma circa il 20% di questa differenza. La seconda è la protezione: i soldi nel fondo pensione non possono essere pignorati né sequestrati. Un buon 40% dei suoi clienti, racconta, ce l’ha.
La terza riguarda il TFR. Lasciato in azienda negli ultimi anni di inflazione alta, osserva, si è rivalutato meno di quanto sono saliti i prezzi; nel fondo pensione invece viene investito. Poi ci sono le tasse: in azienda il TFR è tassato in base al reddito degli ultimi anni di lavoro, e per chi guadagna molto, nel suo esempio, si arriva al 35-40%, mentre nel fondo pensione si parte dal 15% e si può scendere fino al 9% dopo molti anni. Ci sono fondi che costano di più e fondi che costano di meno, avverte, e bisogna farsi consigliare bene. Le informazioni sono quelle date in trasmissione all’inizio del 2025 e non sono una consulenza personale.
Domande e risposte
Un’azienda può affidarsi a un consulente finanziario?
Sì. Le aziende lavorano di solito con più banche, ma possono essere seguite anche da un consulente finanziario. Andrea Todaro lavora con aziende mediamente strutturate, con dipendenti e rapporti con gli istituti di credito.
Di cosa si occupa un consulente finanziario per un’azienda?
Del capitale accumulato nel tempo, della liquidità che non serve all’attività di tutti i giorni, del TFR dei dipendenti, del trattamento di fine mandato dell’amministratore e delle coperture per il caso in cui venga a mancare la figura principale dell’azienda.
Gli investimenti per un’azienda sono diversi da quelli di un privato?
Le soluzioni sono in buona parte le stesse; cambia la prudenza. Un’azienda può avere bisogno della propria liquidità a breve termine, mentre un privato che non userà i risparmi per cinque o dieci anni può ragionare su tempi più lunghi.
A cosa serve un fondo pensione?
Secondo Andrea Todaro a tre cose: integrare una pensione pubblica che sarà più bassa di una volta, proteggere i risparmi, che nel fondo pensione non si possono pignorare, e far rendere il TFR con una tassazione più bassa di quella che si paga lasciandolo in azienda.
Perché pianificare il passaggio generazionale?
Per evitare tasse in più, un patrimonio diviso tra molti eredi e tempi lunghi. Secondo Andrea si può fare in vita in modo legale, con strumenti come alcune polizze, i fondi pensione, il testamento, i titoli di Stato e la donazione, con l’aiuto di un notaio.
Come si costruisce un portafoglio di investimenti adatto a sé?
Partendo dalla persona: quanto vuole investire, tra quanto tempo le serviranno i soldi e quanto rischio è disposta a correre. Per Andrea non esiste un portafoglio perfetto per tutti, ma uno adatto a ciascuno.
Come si capisce se un’azienda può essere aiutata da un consulente?
Guardando i documenti pubblici, dalle SRL in su: bilancio, conto economico e stato patrimoniale. Liquidità, oneri finanziari, affidamenti e posizione finanziaria netta dicono quali esigenze ha l’azienda.
Testo scritto dalla redazione IMLAND il 24 ottobre 2026 a partire dalle puntate di Istruzioni per l’uso: le parole tra virgolette sono quelle dette in trasmissione.
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