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Matteo Libanoro, il marmo d’arte a Gattinara: una tecnica valsesiana dal Seicento al Vaticano

Nella sua bottega di Gattinara Matteo Libanoro ricrea a mano il marmo, anche in colori che in natura non esistono, con la scagliola e una tecnica nata in Valsesia secoli fa. A Terra di Diamanti racconta il suo maestro, i venti passaggi di ogni opera e il calice portato a Papa Francesco.

4 min di lettura Dalla puntata di Terra di Diamanti del 1 dicembre 2025

Logo di Arte Idea — Matteo Libanoro

Matteo Libanoro si definisce un artista artigiano. Nella sua bottega di Gattinara, in Corso Vercelli, si occupa di finiture di pregio: pitture, affreschi, ma soprattutto marmo d’arte in scagliola, una tecnica che arriva dal passato e dalla Valsesia. È il «diamante» di questa puntata di Terra di Diamanti, il podcast IMLAND sulle eccellenze del territorio.

Dopo il liceo artistico e l’accademia lavorava già con le venature, con tecniche antiche come l’affresco e lo stucco lustro lucidato a ferro caldo e con quelle moderne, come l’aerografo. Poi, nel 1998, all’Alpàa di Varallo, incontra un artigiano al lavoro su un banchetto: con sacchi di scagliola bianca e pigmenti naturali in polvere creava impasti venati che, una volta asciugati, levigati e stuccati, diventavano «una vera mattonella». A Matteo sembra una cosa stranissima, e da lì comincia tutto.

La natura ci mette milioni di anni per produrre il marmo, noi qualche mese.

— Matteo Libanoro, citando il suo maestro

Il maestro e la storia dei valsesiani

Quell’artigiano era Silvio Dellavedova, valsesiano di Rima, che con il padre aveva lavorato in tutta Italia, in Europa e fino in Africa per grandi residenze. Diventa il suo maestro: Matteo frequenta tre o quattro corsi con lui e lo segue nei lavori per imparare il più possibile, finché un giorno è il maestro a dirgli di cominciare a insegnare lui, mentre lo guarda. Insieme restaurano una stanza interamente rivestita di scagliola nel palazzo dove oggi ha sede l’Unione Montana. Dopo qualche anno Matteo arriva a considerarlo il suo terzo nonno, e ancora oggi è molto amico di tutta la famiglia.

La tecnica, racconta, è nata dove il marmo non si poteva portare: nel Seicento il suo peso era esagerato e viaggiava al massimo su carri e navi. Così famiglie valsesiane, come gli Axerio, partirono con carri e cavalli verso il nord Europa e lì fecero fortuna. Nell’Ottocento gli Axerio lavoravano per l’Ermitage, in Russia.

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Venti passaggi per un metro quadro

Si parte da materiali poveri: scagliola, cioè gesso, colle e pigmenti naturali. Poi c’è tutta la mano dell’artista, con circa venti passaggi di lavoro. Ogni fase ha bisogno di sei o sette ore di riposo, e un metro quadro richiede circa una settimana. La lucidatura si fa ancora a mano, come per il marmo vero: due pomici grosse e cinque pietre naturali, dalla più ruvida alla più fine, fino alla cristallizzazione della superficie.

Contano molto i materiali. Matteo li cerca e li sperimenta dal 2000 e non ha mai smesso: per i gioielli, che ha cominciato a fare da poco, usa scagliole da dentista, e i pigmenti che riproducono il blu dei lapislazzuli o il verde di smeraldi e malachite arrivano a circa 50 euro al grammo. Visto che la scagliola è bianca e va tinta, per colorare un metro quadro a volte ne servono 400 grammi.

Rispetto a un intonaco dipinto, che ha un paio di millimetri di colore, il marmo d’arte è venato per circa un centimetro di spessore, come un marmo: se si scheggia, sotto c’è lo stesso colore e il difetto non si vede. Per questo si usava negli androni e lungo le scale dei palazzi di Torino, Milano e Roma. In verticale esistono opere di tre o quattrocento anni; i pavimenti vanno protetti. A Bologna, con la Soprintendenza, Matteo ha restaurato due pavimenti del 1580.

Dal Vaticano ai super yacht

Una tecnica difficile da proporre, spiega, perché per circa cent’anni se n’è persa la memoria: tra architetti e designer la conosce forse uno su cento. Per anni Matteo ha portato a Roma, ai laboratori del Vaticano, i suoi campionari, ognuno dei quali vale un mese di lavoro, lasciandoli in regalo a direttori e funzionari. Nel 2017 ha preparato un calice e lo ha portato a Papa Francesco. Da tre anni insegna la tecnica alla scuola di arti e mestieri della Fabbrica di San Pietro.

Tiene corsi anche altrove, da quelli di base a quelli professionali, tra cui a Venaria Reale, a Mendrisio e all’Istituto Centrale per il Restauro a Matera e a Roma. Ma una settimana di corso, dice, dà solo un’infarinatura: serve affiancare chi lavora, come ha fatto lui con il suo maestro. Spera di trovare allievi che vogliano davvero imparare. Le persone brave in questa tecnica, nel mondo, si contano sulle dita di una mano.

Oltre al restauro, la sua missione è far conoscere la tecnica ad arredatori, architetti e designer, anche in chiave moderna: un marmo viola con venature gialle che non esiste in natura, un onice fucsia per il piano di un bagno, pannelli senza fughe intonati ai mobili. Si sta proponendo per gli interni dei super yacht e sta preparando il calco per la riproduzione del busto della Madonna della Pietà di Michelangelo. Da qualche anno la chiama «marmo d’arte», con un nome e un logo suoi, perché la parola «artificiale» veniva vista male.

Domande e risposte

Che cos’è il marmo d’arte?

È una tecnica antica, chiamata anche stucco marmo o marmo artificiale, che riproduce il marmo con scagliola, colle e pigmenti naturali, lavorati e lucidati a mano in circa venti passaggi. Matteo Libanoro la chiama marmo d’arte.

Quanto dura una finitura in marmo d’arte?

In verticale secoli: esistono opere di tre o quattrocento anni. I pavimenti vanno trattati con protettivi. Il colore attraversa circa un centimetro di spessore, quindi una scheggiatura non si nota.

Si possono creare marmi che non esistono in natura?

Sì: colori e venature si scelgono con il cliente o con l’architetto, per esempio un onice fucsia o un marmo viola con venature gialle, anche in pannelli senza fughe.

Dove si trova la bottega di Matteo Libanoro?

A Gattinara, in Corso Vercelli 5. I lavori sono anche sul suo sito, matteolibanoro.it.

Testo scritto dalla redazione IMLAND il 24 ottobre 2026 a partire dalla puntata di Terra di Diamanti: le parole tra virgolette sono quelle dette in trasmissione.

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